martedì 8 settembre 2026

Emigra...


Privi

di amore,

di aria pura

si rischia di morire…

Emigra.                                           








lunedì 7 settembre 2026

Così rinasce il Bosco dei sette cieli

       Palermo – “Spesso in Sicilia non si tratta di semplici incendi, ma quasi di attentati. Nel 2020 c’è stato il vastissimo incendio del bosco della Moarda che ha interessato circa 850 ettari… Incendio strategicamente ideato con il piazzamento di ben otto inneschi che hanno preso fuoco contemporaneamente, dando vita a fiamme incontrollabili. Dopo tutti questi anni non sono stati trovati i colpevoli. Restano le macerie per terra, tanta desolazione e la mancanza di vita…” - Al telegiornale regionale siciliano del cinque agosto scorso, nell’intervista a cura della giornalista Laura Buonasera, queste le parole di Rossella Calascibetta, che vive proprio nel lembo di terra martoriato tempo fa dagli incendi, vicino al paese di Altofonte, distante meno di 15 Km. da Palermo.
      Rossella si occupa dell’azienda agricola ‘Caseificio delle Scale’, in contrada Rebuttone, nei pressi di Altofonte, e dopo lo scempio degli incendi non si è arresa allo sfacelo. Assieme a lei, il Collettivo Rewild Sicily, l’associazione WOWnature e la Pro Loco di Altofonte hanno ideato e avviato un piano di rimboschimento per ricostituire, almeno in parte, il Bosco dei Sette Cieli, progettato per ripristinare i cicli naturali, per arricchire il suolo di materia organica, per aumentare la biodiversità e per creare un microclima più mite.  In un’area oggi così povera e degradata, le nuove piante costituiranno un valido corridoio ecologico, capace di rafforzare la biodiversità e migliorare il paesaggio.
     Non si tratta di un semplice rimboschimento, ma della creazione di un vero e proprio ecosistema agroforestale: l’obiettivo è infatti quello di dar vita a una food-forest, con la messa a dimora di quasi duemila alberi e arbusti autoctoni, distribuiti secondo sette strati vegetazionali, che comprendono alberi alti, alberi bassi, cespugli, piante erbacee, tappezzanti, bulbose e rampicanti. I vari esemplari di alberi e arbusti offriranno cibo per la fauna selvatica: uccelli, insetti impollinatori, piccoli mammiferi: infatti gli animali del territorio troveranno rifugio e ristori grazie ai frutti, ai semi e a tutto ciò che offriranno le nuove specie vegetali messe a dimora.
Un altro aspetto fondamentale del progetto riguarda la prevenzione degli incendi. La barriera di arbusti che si creerà lungo i margini della food-forest sarà efficace per offrire protezione da eventuali nuovi incendi o almeno rallentarne l’avanzata, ad esempio attraverso siepi frangivento e pascolo controllato
Il Bosco dei Sette Cieli deve il suo nome suggestivo (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 6 settembre 2026, il Punto Quotidiano

sabato 5 settembre 2026

Viva, viva gli sposi...

        Che vada in carcere come volontaria, chi scrive lo ha già da qualche parte raccontato. 
     Ieri la sua presenza in prigione aveva una ragione particolare: a lei e a un altro volontario era stato chiesto di fare da testimoni al matrimonio di un uomo detenuto. 
     Anche se la scrivente testimone di nozze lo era stata molto tempo fa, per una sua cara amica, qui era tutta un’altra storia: la location della cerimonia era un’angusta saletta carceraria, con due donne delegate dal Comune e quattro testimoni, due signore, parenti degli sposi, ammesse dall’esterno insieme alla sposa, più i due volontari. E ovviamente gli sposi.
   La cerimonia è stata essenziale: lettura degli articoli del Codice civile e scambio degli anelli. Ma nella stanzetta c’era una luce speciale, emanata dagli occhi degli sposi: lui, in carcere da decenni, con un impeccabile vestito azzurro, la sposa, un po’ più giovane, con un completo bianco, giacca e pantaloni, e un diadema nei bei lunghi capelli.
   “Le nostre anime sono unite da sempre”, ha detto la sposa con gli occhi scintillanti, esprimendo ai presenti la sua gioia, nel giustificarsi con la signora funzionario del Comune che le aveva fatto bonariamente notare di aver pronunciato il suo sì prima della fine della lettura della formula rituale….
“Ma pure se vivrò fino alla fine del tempo, io sempre serberò il ricordo contento… Viva, viva gli sposi”



lunedì 31 agosto 2026

30 agosto 1916 - 30 agosto 2026 (più uno): l'indomito Shackleton

       Nostra signora aveva in mente altri post per chiudere questo mese di agosto, terribile e indomito.
Ieri, un flash: ecco cosa le ricordava il 30 agosto... 
    Esattamente 110 anni fa, il 30 agosto 1916, come cantava divinamente Francuzzo Battiato in Gommalacca “Una catastrofe psico-cosmica mi sbatte contro le mura del tempo. Sentinella, che vedi? (…) Durante la grande guerra nel gennaio del 1915, un forte vento spingeva grandi blocchi di ghiaccio galleggianti imprigionando per sempre la nave dell'audace capitano Shackleton”.
La storia: Il 9 agosto 1914 Ernest Shackleton salpò da Plymouth per la sua terza missione con la nave Endurance. Il 10 gennaio 1915 l’Endurance raggiunse il mare di Weddell; ma il 19 rimase incastrata nella banchisa, andando alla deriva, finché il 27 ottobre, dieci mesi dopo, dovette essere abbandonata: il 21 novembre la nave fu completamente distrutta dalla pressione del ghiaccio. Shackleton e l’equipaggio si trasferirono sulla banchisa, in un accampamento d'emergenza chiamato "Ocean Camp", dove rimasero fino al 29 dicembre, quando furono costretti a spostarsi, con tre scialuppe di salvataggio, su un altro lastrone di banchisa battezzato “Patience Camp”. Vi rimasero fino all'8 aprile 1916 ma, quando il lastrone incominciò a sciogliersi, nonostante le terribili condizioni avverse,  navigarono a bordo dello loro scialuppe e raggiunsero così l'isola Elephant. Poiché le probabilità che qualcuno li soccorresse nell’isola erano nulle, per cercare aiuto Shackleton decise quindi di raggiungere la Georgia del Sud (distante circa 1.600 km), utilizzando la scialuppa migliore, insieme a cinque uomini. I sei salparono il 24 aprile 1916 e riuscirono ad attraccare nella parte meridionale dell'isola, dopo 15 giorni di navigazione in condizioni meteorologiche pessime. 
    Da qui Shackleton, con due compagni, in sole 36 ore fu capace di attraversare 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati della Georgia del Sud per raggiungere il 20 maggio la stazione baleniera di Stromness, sulla costa settentrionale. Da lì organizzò il soccorso degli uomini rimasti sull'isola di Elephant che furono tratti in salvo, al quarto tentativo, il 30 agosto 1916, col rimorchiatore cileno Yelcho.
   L’incredibile impresa viene cantata così da Battiato: “Su un piccolo battello, con due soli compagni, navigò fino a raggiungere la Georgia Australe; mentre i 22 superstiti dell'isola Elefante sopportavano un tremendo inverno. (…) Ma il 30 agosto 1916, il leggendario capitano, compariva a salvarli con un'altra nave.”

Quando ci lamentiamo per difficoltà e problemi insorgenti, andiamo col pensiero all’indomito Shackleton: se è stato capace di salvare sé stesso e i compagni, in quel lembo tremendo di terra, forse qualcosa di buono e di salvifico possiamo farlo anche noi…



domenica 30 agosto 2026

Nella "gioiosa" Sestola le Vacanze Filosofiche

           Sestola (Modena) – Che cosa è la gioia? Un’emozione, un sentimento, uno stato d’animo? È qualcosa di effimero o può perdurare nel tempo? In cosa differisce dal piacere e dalla felicità? 
Si può essere gioiosi anche in momenti di sofferenza e dolore? 
Si può provare una ‘gioia malvagia’? Come, ad esempio quella dei ‘cecchini del week-end’, cittadini europei, anche italiani, estranei alla guerra allora in corso nell’ex Jugoslavia, che a Sarajevo, tra il 1992 e il 1995, facevano il tiro a bersaglio su uomini, donne e bambini la cui sola ‘colpa’ era uscire fuori di casa e attraversare uno spazio aperto, per procurarsi del pane o prendere un po’ di aria…
C’è una modulazione specifica della gioia nelle diverse culture e nei vari contesti antropologici?
Come hanno spiegato e declinato la gioia pensatori del calibro di Spinoza e Nietzsche?
Cosa è la gioia, secondo il punto di vista delle neuroscienze, e quali sono i suoi ‘mediatori chimici’?
   E ancora: come è considerata la gioia dalla mistica cristiana, dal taoismo e dalla filosofia indiana? 
Infine: è possibile oggi liberarsi da visioni mitiche negative e paralizzanti per ‘aprire qualche varco alla gioia’?
A Sestola, ridente località emiliana in provincia di Modena, a 1.020 metri di altitudine (secondo Comune per altezza di tutta la regione) il tema ha avuto la capacità di attrarre e far ‘gioiosamente’ convivere – cosa non affatto scontata - una quarantina di partecipanti, provenienti da ogni parte d’Italia: da Varese a Palermo, da Trento a Castellammare del Golfo, da Roma a un piccolo borgo toscano al confine con l’Umbria, da Milano alle Marche…
Sugli interrogativi posti dalla gioia, sui suoi presupposti e le sue declinazioni personali, culturali e antropologiche, si sono cimentati i cinque relatori: il dottore Mario Mulè, i professori Gianfranco Bertagni, Francesco Azzarello, Augusto Cavadi e Salvo Fricano, le cui relazioni sono state caratterizzate da un eccellente spessore culturale, dalla massima chiarezza espositiva e da un tangibile coinvolgimento esistenziale… Ciascuno di loro ha davvero incarnato la sostanza del ‘filosofo di strada’, che si propone di essere capito da tutti e manifesta un atteggiamento di ascolto autentico e dialogante verso gli interlocutori. 
Il loro stile espositivo è stato così intrigante e coinvolgente da indurre qualche persona esterna soggiornante nella stessa struttura alberghiera a partecipare last minute alle conferenze e a offrire anche il proprio contributo di riflessione.
Lago della Ninfa
        Perché, come è stato sottolineato durante precedenti vacanze filosofiche (ad esempio, a Roccaraso, nel 2020, e ad Agnone nel 2025) le due relazioni giornaliere, una mattutina e l’altra nel pomeriggio, sono sempre seguite da interventi dei partecipanti, in un clima di ascolto rispettoso, sereno e ‘plurale’, in cui ciascuno, seppure non specialista e non filosofo, esprime con libertà il proprio punto di vista. 
    A bilancio della XXIX settimana di Vacanze filosofiche per non filosofi, ad avviso della scrivente, la ricetta vincente di tale ‘vacanza pensante’ è dovuta principalmente a tre ingredienti: la competenza illuminata dei relatori, priva di posture sterilmente erudite, il buon clima relazionale che si istaura tra i partecipanti, la bellezza suggestiva della località ospitante.

Castello di Sestola
     Sestola si è rivelata cittadina ospitale, ricca di suggestive bellezze naturali: tra una sessione e l’altra qualcuno si è avventurato persino nei pressi della cima di monte Cimone, con i suoi 2.165 metri la più alta dell’Appennino settentrionale; altri si sono ‘accontentati’ di arrivare in funivia vicino al monte Cervarola (1.623 metri); altri ancora hanno ammirato le cascate del Doccione, in una frazione del vicino comune di Fanano. 
    Quasi d’obbligo per tutti la gita al suggestivo laghetto della Ninfa, a 1.500 metri, circondato da faggete e boschi di conifere, e la visita del castello di Sestola, presso le cui sale ha sede il Museo della civiltà montanara e contadina, che raccoglie materiali ed attrezzi riguardanti le tradizioni lavorative e di vita locali, e il Museo degli strumenti musicali meccanici. Quest’ultimo, inaugurato nel 1995, espone esemplari soprattutto dell'Ottocento e contiene circa 120 pezzi della collezione Eduard Thoenes (tra cui organetti, pianole, pianoforti a cilindro, carillon).
Nell’ultima serata comunitaria, il professore Fricano ha proposto, nella magistrale direzione di Herbert von Karajan, l’ascolto del quarto movimento (finale) della sinfonia n.9 di Beethoven, che 20 anni prima della sua composizione, già sordo, aveva pensato al suicidio. 
Proposito, per nostra fortuna, (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 30 agosto 2026, il Punto Quotidiano

domenica 23 agosto 2026

Torre Salsa, autentico paradiso delle dune

         Palermo – Se si è disposti a percorrere qualche tratto di strada sterrata e a rinunciare a lettini, sdraio, bar e ombrelloni per godere di alcuni chilometri di costa preservata dalla cementificazione, la riserva naturale orientata di Torre Salsa, situata nel comune di Siculiana, vicino Agrigento, offre un litorale con acqua cristallina, sabbia finissima e con una vegetazione unica.
     Istituita nel 2000 dalla Regione siciliana, e affidata in gestione al WWF Italia, la riserva è stata così presentata a fine giugno scorso dal dottore Alessandro Salemi, direttore dell’area protetta, al microfono della giornalista Agnese Licata del TG regionale siciliano: “Qui siamo proprio nel cuore di un sistema dunale tipico degli ambienti costieri, ormai limitato nei tratti di costa dell’agrigentino, ma prima diffuso nell’intera Sicilia. Dopo i primi dieci, quindici metri dalla costa, l’ambiente inizia a essere colonizzato dalle prime piante: sono delle piante succulente, per lo più piante annuali. Spostandoci poi anche quaranta, cinquanta metri verso l’interno, si iniziano a formare le prime gobbe di sabbia, le dune, colonizzate soprattutto dall'ammophila littoralis, che edifica le dune”.
La riserva di Torre Salsa è infatti uno dei pochi esempi integri di ambiente dunale sopravvissuto nell’isola: grazie all’integrità dell’area protetta (circa sette km di litorale, da Siculiana a Eraclea Minoa, con un’estensione interna di 761 ettari circa) la vegetazione ha creato una ‘barriera’ che salvaguardia le spiagge dall’erosione e offre consolidamento al suolo sabbioso.
     Come ha ricordato il direttore della riserva, a ridosso della linea costiera attecchiscono piante pioniere, specie a ciclo vegetativo breve, come il ravastrello marittimo e la salsola, che si sono adattate a vivere in habitat con condizioni estreme. Vicino alle prime formazioni dunali crescono poi la gramigna delle spiagge, la santolina delle spiagge, l'erba medica marina, che resistono all’ambiente ostile attraverso particolari adattamenti (rizomi striscianti sotto la sabbia, foglie coriacee o ricche di pelosità per proteggere la pianta da un'eccessiva traspirazione); accanto alle dune mobili si trovano lo sparto pungente (l’Ammophila littoralis, appunto), la pannocchina dei lidi, la cosiddetta carota spinosa e il giglio marino.
Oltre le dune, troviamo infine altri tipi di vegetazione: (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 23 agosto 2026, il Punto Quotidiano

venerdì 21 agosto 2026

La gioia di esser-ci

Joaquin Sorolla (1904)
         Da bambina a nostra signora era stato detto di recitare al mattino questa preghiera: “Ti adoro mio Dio, ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creata, fatta cristiana, conservata in questo giorno. Ti offro le azioni della giornata: fa’ che siano tutte secondo la tua santa volontà... Preservami dal peccato e da ogni male. La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. Amen”.
         Purtroppo ormai a nostra signora veniva difficile adorare un Dio, di cui non era più certa, anche se rimaneva innamorata di Gesù di Nazareth ed era poi affascinata dagli insegnamenti del Buddha… 
     Comunque al risveglio, aperti gli occhi alla luce del giorno,  magari con parole e accenti diversi, continuava a ripetere l’antica preghiera. 
     Perché nonostante i disastri del mondo, nonostante il dolore e il senso indecifrabile dell’esistenza, lei la mattina si svegliava lieta di esserci. E diceva grazie alla vita.

domenica 16 agosto 2026

Gelo di melone, contro la torrida estate

       Palermo – Il nome con cui viene di solito indicato è inesatto: in Sicilia infatti viene chiamato gelo di melone (o mellone, perché nell’isola si tende a raddoppiare molte consonanti) un delizioso dolce estivo, che si gusta per tradizione a Ferragosto, dessert che però non è un gelato e non ha a che fare con un melone.
      Il perché dell’inesattezza linguistica si spiega così: viene chiamato gelo anziché dessert perché in ogni caso va consumato freddo; viene detto di melone anziché di anguria perché nel dialetto siciliano l’anguria è impropriamente appellata ‘muluni’.
           Portato in Sicilia da popolazioni albanesi che, si stabilirono nell'entroterra palermitano, il gelo di melone è una gelatina che si ricava dalla polpa dell’anguria, con un procedimento così semplice che si può fare anche a casa: si tratta infatti di trasformare in succo l’anguria, dopo averne ovviamente tolto la buccia e i semi. La polpa va quindi frullata e, se si ambisce alla perfezione, va anche filtrata con un colino per eliminare ogni residuo di fibra. 
       Il succo così ottenuto va versato in un tegame a cui si aggiunge dell’amido e dello zucchero, avendo cura di mescolare bene i tre ingredienti per ottenere un composto omogeneo e ben amalgamato. Per ogni litro di succo, gli esperti suggeriscono di aggiungere 100 grammi di zucchero e 80 grammi di amido, che può essere di frumento o, meglio, di mais (la cosiddetta maizena) se il dolce dessert deve essere mangiato anche da persone con celiachia. Dal momento in cui si mettono gli ingredienti sul fuoco fino a quando il composto bolle e comincia ad addensare, il gelo di melone (continua su il Punto Quotidiano)

Maria D'Asaro, 16 agosto 2026, il Punto Quotidiano